Blog

Il valore dell’imprevisto

Un viaggio in treno, un libro scelto all’ultimo momento e una riflessione su attenzione, tempo e comunicazione con se stessi.

Qualche giorno fa sono arrivato in stazione con il tempo contato. Avevo preparato tutto per la giornata ma, proprio quando stavo per raggiungere il binario, mi sono accorto di aver dimenticato a casa le cuffie. Non avevo nemmeno un libro nello zaino e, per la prima volta dopo molto tempo, mi sono trovato davanti a quasi tre ore di viaggio senza aver deciso come riempirle.

Pochi minuti prima della partenza sono entrato nella libreria davanti ai varchi. Ho scelto un libro quasi d’istinto, senza leggere recensioni, senza confrontare classifiche e senza sapere se fosse davvero quello giusto. L’ho acquistato, sono salito sul treno e ho iniziato a leggere.

Dopo qualche pagina ho alzato gli occhi. Intorno a me c’era chi lavorava al computer, chi rispondeva alle email, chi scorreva il telefono, chi osservava il paesaggio e chi, come me, leggeva un libro. Era il ritratto di un viaggio contemporaneo, nel quale ognuno sceglie il proprio modo di attraversare quel tempo sospeso.

Quando non hai già deciso cosa fare

Mentre continuavo a leggere mi sono accorto che il protagonista di quella mattina non era il libro. La vera novità era ciò che era successo poco prima, quando mi ero trovato senza un programma già pronto.

È una condizione sempre più rara. Ogni spazio della giornata sembra chiedere di essere occupato. Se aspettiamo qualcuno prendiamo il telefono, se affrontiamo un viaggio prepariamo una playlist, recuperiamo un podcast o anticipiamo qualche attività di lavoro. È un comportamento naturale, reso possibile da strumenti straordinari che hanno cambiato il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare.

La domanda che mi è rimasta addosso, però, è un’altra: quanto spesso ci concediamo un momento che non sia già stato deciso in anticipo?

Uno spazio ancora disponibile

Il libro che avevo comprato pochi minuti prima della partenza è stato quasi un pretesto. Se avessi avuto con me le cuffie, probabilmente avrei ascoltato musica. Se avessi preparato del lavoro, avrei aperto il computer. Invece mi sono trovato davanti a un tempo ancora disponibile e mi sono accorto che quella disponibilità aveva un valore che non avevo previsto.

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni. Notifiche, messaggi, aggiornamenti e contenuti si contendono costantemente la nostra attenzione. Il problema, forse, non è la tecnologia ma l’abitudine a riempire ogni spazio appena si libera, quasi che il tempo abbia valore solo quando produce qualcosa.

Una connessione diversa

Durante quel viaggio ho pensato che un libro possiede una caratteristica naturale. Non ha bisogno della connessione Wi-Fi del treno, non risente delle gallerie e non si interrompe quando il segnale diventa instabile. Le sue pagine sono sempre disponibili. Non è una superiorità della carta rispetto al digitale, che continuo a considerare uno strumento prezioso, ma un modo diverso di abitare il tempo.

Prima di comunicarlo agli altri

Parliamo spesso della comunicazione come di qualcosa che rivolgiamo agli altri. Pensiamo ai messaggi che scriviamo, alle conversazioni che affrontiamo e ai contenuti che pubblichiamo. Più raramente riflettiamo sulla comunicazione che accompagna il nostro dialogo interiore. Eppure è proprio lì che molte idee iniziano a prendere forma e che le parole, prima ancora di essere pronunciate, diventano pensiero.

Forse il valore di quel viaggio non è stato il libro acquistato pochi minuti prima della partenza. È stato l’imprevisto che mi ha permesso di lasciare uno spazio aperto nella giornata.

Andrea Dorigotti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *