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Il Deficencer

Quando la provocazione non racconta più la realtà, ma la usa per conquistare attenzione

Un influencer entra in un parco durante la preghiera del venerdì, cammina sui tappeti stesi a terra e sventola un panino al maiale davanti a chi sta pregando, filmando tutto con il telefono. L’episodio diventa contenuto nel giro di poche ore, la tensione cresce e la reazione diventa altamente prevedibile e da quel momento in poi tutto quello che succede viene raccontato come la prova di qualcosa.

La domanda interessante, però, non riguarda la persona. Riguarda la narrazione: stiamo guardando qualcuno che racconta un conflitto oppure qualcuno che contribuisce a produrlo per poterlo raccontare?

È qui che nasce il Deficencer.

Il Deficencer non è una persona

Il termine è volutamente provocatorio, ma descrive un modello comunicativo. Il Deficencer non documenta semplicemente ciò che accade: entra nella scena, la modifica e trasforma la reazione degli altri nel materiale della propria narrazione.

Non tutte le provocazioni sono uguali. C’è chi la usa per portare a galla un problema reale e chi la usa solo per restare al centro della scena e su un episodio come quello di apertura non ho intenzione di essere neutro. Trasformare la preghiera di duecento persone in scenografia per un video è una scelta che, per quanto mi riguarda, merita un giudizio prima ancora che un’analisi.

Una cosa è raccontare un conflitto. Un’altra è produrlo per poterlo raccontare. Nel secondo caso la realtà smette di essere il soggetto della narrazione e diventa scenografia.

La provocazione funziona. Ma per cosa?

Sarebbe troppo semplice dire che provocare significa comunicare male. Arte, satira, giornalismo, pubblicità e attivismo hanno sempre utilizzato la provocazione per portare attenzione su problemi reali. La domanda corretta è un’altra: dove vuole portarci quella provocazione?

Una buona provocazione usa l’attenzione per condurci verso un problema. Una provocazione autoreferenziale fa il contrario: usa un problema per riportare l’attenzione verso chi provoca. È qui che entra il concetto di rage bait, scelto da Oxford University Press come parola dell’anno 2025: contenuto costruito intenzionalmente per suscitare rabbia o indignazione e aumentare traffico o engagement.

Quando l’attenzione insegna a provocare

Uno studio pubblicato su Science Advances ha mostrato che il feedback sociale ricevuto dopo un’espressione di indignazione ne aumenta la probabilità di ripetizione futura, in linea con i principi dell’apprendimento per rinforzo. Non significa che ogni provocatore segua consapevolmente questo meccanismo, significa che un sistema che premia un comportamento può renderlo conveniente da ripetere. La sequenza diventa semplice: provocazione, reazione, contenuto, attenzione, nuova provocazione.

Il problema non è che la narrazione sia falsa

Le narrazioni manipolatorie non hanno necessariamente bisogno di inventare i fatti, spesso basta selezionarli. Il fatto è ciò che è accaduto, la selezione è la parte che scegliamo di mostrare e la narrazione è il significato che costruiamo intorno a quella selezione.

Ogni comunicazione seleziona e il problema nasce quando ciò che viene mostrato viene presentato come se coincidesse con l’intera realtà. È uno dei principi del framing, rendere alcuni aspetti della realtà più visibili di altri.

Ciò che resta fuori lascia però uno spazio vuoto che il pubblico tende a riempire con convinzioni, paure, pregiudizi e soprattutto con l’emozione attraverso cui il contenuto gli è stato consegnato. Se quell’emozione è la rabbia, la rabbia diventa anche una lente interpretativa e un episodio circoscritto può trasformarsi nella prova di un fenomeno generale, mentre un comportamento individuale può essere attribuito a un’intera categoria. Il Deficencer non deve quindi costruire una realtà falsa, gli basta costruirne una incompleta ma emotivamente coerente, lasciando che sia il pubblico a completarla.

Quando il conflitto sembra più grande della realtà

Una bellissima ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour ha mostrato che chi osserva un messaggio sui social tende a percepire più indignazione di quanta ne dichiari davvero l’autore e che questo scarto di percezione gonfia le convinzioni sull’ostilità tra gruppi, sulla polarizzazione e sull’estremismo percepito.

Ciò che vediamo più spesso, quindi, non è necessariamente ciò che accade più spesso. È spesso ciò che riesce meglio a conquistare la nostra attenzione.

Il Deficencer esiste anche perché qualcuno guarda, commenta, condivide, si indigna e contribuisce a distribuirlo.

Se milioni di persone guardano quel contenuto, ha funzionato? Dipende dal KPI. Se cercavamo attenzione probabilmente sì ma se cercavamo comprensione, autorevolezza, fiducia o reputazione, il risultato è molto meno scontato. Quando infatti l’engagement premia sistematicamente la provocazione, esiste un incentivo a ripeterla; chi racconta una realtà per comprenderla risponde invece a un criterio diverso. Ed è una distinzione che riguarda influencer, aziende, professionisti, media e chiunque utilizzi una narrazione per costruire una percezione.

Vale anche fuori da episodi come questo; ogni volta che un’azienda o un professionista decide cosa mostrare di sé e cosa no, sceglie tra farsi notare o farsi capire. Non sono la stessa cosa e la differenza si vede nel tempo: una costruisce fiducia, l’altra la consuma in fretta per un risultato immediato

Essere visibili non equivale a essere riconosciuti per il valore che vogliamo rappresentare. Perché, a quel punto, non usiamo più l’attenzione per raccontare qualcosa. Usiamo qualcosa per ottenere attenzione. Ed è in questa inversione che la narrazione smette di spiegare la realtà e comincia a consumarla.

Andrea Dorigotti

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